Film

Il primo uomo – regia di Gianni Amelio (prodotto nel 2011 e uscito nelle sale nell’aprile 2012)

 

IL PRIMO UOMO (che poi è anche l’ultimo), ovvero L’éternité n’est guére plus longue que la vie (René Char).[ L’eternità non è tanto più lunga della vita]

Albert Camus, filosofo della rivolta che, anche se collettiva, non è governata da quel “fuori” che è il nemico da rovesciare ma da un “dentro” di valori diffusi e calpestati; rivolta in quanto a “parole” di una società umiliata e offesa dai “fatti” del potere. L’uomo di Camus è per così dire fuori dal tempo, la condizione umana è assurda e attraversata come si è detto dalla necessità della rivolta. Da questo lato la rottura con Sartre, teorico dell’engagement “contro”, che pure aveva entusiasticamente recensito «Lo Straniero» (1942) è completa. Camus muore nel1960 in un incidente automobilistico. Nell’auto venne ritrovato un manoscritto dalla stesura ancora informe. Un paziente lavoro di ricostruzione, a cura della figlia, avrebbe prodotto il testo che conosciamo. Per altri studiosi si tratterebbe comunque di una bozza incompleta e filologicamente contestabile. Il contenuto è autobiografico: l’adolescente algerino che, dopo un processo di formazione, nel ’57 con un viaggio torna alle origini; al mondo che l’ha visto crescere.

Il regista Amelio, partendo da questo testo, sovrappone all’Algeria dell’infanzia di Camus, come dichiara in una intervista, il mondo affettivo e familiare della “sua” autobiografia nella “sua” Calabria nel secondo dopoguerra. Le scelte ambientali nel film sono ovviamente in sintonia con questo approccio sentimentale. Vediamo un’Algeria dai paesaggi sentimentali, inquadrature ordinate, una realtà se non romantica e lirica che introietta stati d’animo dalla soffusa malinconia. Giustamente e senza offesa, a qualcuno è venuto in mente di evocare i film anni ‘90 di Tornatore.

Era questa l’Algeria di quegli anni? Il film al di là di qualche sbrigativa citazione (un autobus in fiamme, urla in una conferenza) non considera il drammatico problema della convivenza tra i coloni francesi i “pieds-noirs” e gli algerini .Il problema era esploso in tutta la sua violenza nel 1945 con quello che viene conosciuto come il massacro di Setif. A seguito di incidenti provocati da nazionalisti algerini inneggianti alla guerra santa contro gli infedeli per le misure di polizia adottate contro un dignitario arabo che provocarono un centinaio di morti ci fu una reazione francese che causò tra i 1020 e i 1300 morti secondo una stima ufficiale governativa, ma secondo una stima più attendibile fatta da storici autorevoli il numero sale a circa 6000. Le vittime furono inermi islamici oggetto della rappresaglia dell’esercito francese (bombardamenti aerei di accampamenti, fuoco navale sui villaggi della costa) e delle vendette dei coloni; vi parteciparono persino membri del PCF, quest’ultimo profondamente radicato tra le comunità meno prospere dei coloni europei in Algeria. Si tenga inoltre presente che all’epoca il PCF faceva ancora parte del governo metropolitano di unità nazionale. Col 1954 il Fronte Liberazione Nazionale (FLN) proclama la guerra per rivendicare l’indipendenza.

Poiché il film ha avuto come si usa dire un grosso successo di pubblico e di critica, e se è vero che una rosa è una rosa è una rosa, e anche un film è un film è un film, le mie obiezioni potrebbero essere considerate  mera  riserva ideologica di contenuto. Mi piacerebbe quindi discuterne, sentire altre opinioni. A mia possibile giustificazione si tenga presente che, per chi è intorno ai 70 anni , la rivoluzione algerina ha rappresentato quello che per la successiva generazione del ‘68 ha rappresentato il Vietnam. fg (Roma, 3 giugno 2012)