Incontri

 2 giugno 2012 – Franco Giustolisi

L’avevo conosciuto lo scorso anno, alle riunioni del Comitato Provinciale dell’Anpi di Roma, e mi aveva colpito per la forza con la quale sosteneva l’esigenza di lottare con ogni mezzo per rompere il muro di silenzio che era stato eretto intorno alle stragi nazifasciste in Italia. Ero nuovo dell’ambiente, ed avevo avuto l’impressione che lo trattassero come si trattano nelle riunioni di famiglia i vecchi zii, un po’ fissati e monomaniaci: con affetto, cioè, ma senza prenderlo troppo sul serio.  L’ho incontrato oggi a casa sua per parlare con lui, nell’imminenza del dibattito con Veltroni e Casson che avrà luogo il 5 giugno al Teatro dei Servi, delle ragioni di questo “muro di silenzio” e del perché sia stato spesso lasciato solo nella battaglia che da decenni combatte: forse si è mosso con troppa aggressività ed in modo “impolitico” e anziché essere aiutato é stato talora colpito dal “fuoco amico”?

Il mio impegno non è mai venuto meno, ma qualche volta, rendendomi conto che il mio nome poteva essere di disturbo, mi sono tirato un po’ in disparte: ad esempio quando si è trattato di presentare al Congresso nazionale dell’ANPI (quello di Cervia, del 2008) una mozione relativa al tema che per brevità chiamo “l’armadio della vergogna”, non ho voluto firmare per primo: hanno firmato prima di me il segretario dell’Anpi di Roma, Ernesto Nassi, ed il presidente Massimo Rendina; io, mi pare, firmai per terzo, appunto. La mozione venne approvata all’unanimità, ma con l’astensione del Presidente di allora che poi, di fatto, l’insabbiò; quella mozione infatti non ebbe alcun seguito pratico”.

Chi ha eretto questo “muro di silenzio”, e per quali ragioni? Come te lo spieghi? “Penso che Storia, Memoria e Giustizia siano gli architravi sui quali deve poggiare la Democrazia, e non mi so capacitare che in Italia la più grande tragedia che colpì la nostra gente – gente senz’armi, come erano i bambini, le donne, i vecchi e quei nostri soldati che, abbandonati senza guida dopo l’8 settembre, avevano alzato bandiera bianca – sia invece del tutto dimenticata. E’ capitata una cosa che non ha eguali al mondo: mi riferisco ai tentativi per cancellarla. I fascicoli delle inchieste giudiziarie che erano state avviate sono stati nascosti, poi riaperti per applicarvi un timbro di “archiviazione provvisoria” (istituto inesistente nel nostro sistema giudiziario, inventato per l’occasione per dare una parvenza di legalità ad un’operazione le cui ragioni non sono mai venute alla luce), ed infine nascosti di nuovo, in un armadio con le ante chiuse rivolte verso il muro. E’ un mistero a tutt’oggi irrisolto. Mi sono convinto che dietro ci siano state pressioni della Repubblica Federale Tedesca, dirette o effettuate tramite i governi USA e della Gran Bretagna (o comunque da loro sostenute) sul Governo italiano, perché nel clima di Guerra Fredda imperante non si mettesse in difficoltà il nuovo stato tedesco. E quelle pressioni sono continuate sui diversi Governi che si sono succeduti in Italia, e ad esse si devono probabilmente non solo l’occultamento dei fascicoli giudiziari, ma anche provvedimenti di scarcerazione altrimenti inspiegabili (come quello deciso nel 1985 da Craxi,  che mise in libertà un assassino come Walter Reder) e la “misteriosa” evasione del colonnello Kappler. I criminali fascisti processati e condannati ebbero generalmente pene irrisorie, e poi, come si sa, furono graziati.  Gli unici assassini nazisti (assassini in quanto condannati come tali per sentenza passata in giudicato) rimasti in carcere in Italia furono, alla fine, solo 2: Erich Priebke, il criminale di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che ammise di aver personalmente ucciso a colpi di mitra due nostri connazionali alle Fosse Ardeatine ed è ora agli arresti domiciliari a Roma dopo una lunga detenzione,  e l’ucraino Michael Seifert, torturatore e massacratore di prigionieri nel campo di transito di Bolzano,  che è morto in carcere a Santa Maria Capua Vetere nel 2010.  Tutti gli altri assassini accertati sono in libertà a casa loro o sono morti tranquillamente nel loro letto.

Non capisco a cosa ti riferisci, mi puoi spiegare? “Dopo che l’armadio fu finalmente aperto, i procedimenti penali furono avviati dalla magistratura militare ed in tutti i casi in cui gli elementi di prova consentirono di individuare precise responsalità, si conclusero con condanne: gli ergastoli furono 21  (li elenco nome per nome nella nuova edizione del mio libro alle pp. 17 e 18) [ Si tratta de L’armadio della vergogna, ed. BEAT – Biblioteca Editori Associati di Tascabili, Roma 2011, pp. 384, € 9]. Vennero esperite tutte le procedure previste dal nostro sistema giudiziario e dal diritto internazionale per ottenere l’estradizione dei colpevoli, o perché le sentenze venissero eseguite con la carcerazione in Germania, ma non si ottenne nulla, e la magistratura militare venne lasciata sola. Né il Ministro della Giustizia, né quelli della Difesa e degli Esteri – tanto solerti nell’agitarsi contro il Brasile nel caso di Cesare Battisti – sentirono il dovere di intervenire. Il procuratore generale militare della Corte d’Appello di Roma, Fabrizio Fabretti, per ben due volte (2009 e 2010) lo ha denunciato nella sede solenne dell’apertura dell’anno giudiziario della sua istituzione, ma è rimasto inascoltato.”

Con il nuovo Governo è cambiato qualcosa? “Forse è presto per dirlo, ma temo che la questione continuerà a non essere affrontata. E’ vero che nell’attuale ordinamento tedesco vige una norma, inserita proprio per tutelare gli imputati di reati commessi all’estero durante il nazismo, in base alla quale l’estradizione può essere concessa solo con l’assenso dell’estradando, ma è altrettanto vero che un atteggiamento deciso del nostro Governo potrebbe evitare che sia presa a schiaffi la giustizia italiana e con lei tutti i cittadini italiani che nella giustizia continuano a credere.”

Hai qualche soluzione in mente? “Penso, ad esempio, ad un accordo che senza arrivare all’estradizione porti al riconoscimento della sentenza di condanna ed a far scontare la pena in Germania, magari anche sotto la forma degli arresti domiciliari. Del resto questi processi, a molti dei quali ho assistito personalmente, si sono svolti in modo ineccepibile: tutti gli imputati erano rappresentati da un difensore e ad ogni fase del procedimento hanno potuto assistere incaricati dell’Ambasciata tedesca. Qualcuno degli imputati è stato assolto e qualcuno è stato condannato. Il non prendere in considerazione le sentenze italiane, e non far pagare quindi un prezzo a chi lo deve pagare, mi pare offenda anche chi è stato assolto.”  

Dopo le stragi nazifasciste della seconda Guerra mondiale altre stragi in tempi più recenti hanno straziato il nostro Paese: Portella della Ginestra, piazza Fontana, l’Italicus, la stazione di Bologna, …, l’elenco è lunghissimo, e potrebbe finire (e ci auguriamo finisca davvero!) con la bomba alla scuola di Brindisi; recentemente sono stati tutti prosciolti gli imputati della strage di piazza delle Loggia a Brescia: non pensi che un filo rosso – quello dell’impunità, ad esempio –  colleghi fra loro le stragi di allora e quelle di oggi? “No, non lo penso. Sono situazioni troppo diverse. E poi, come ho detto, di alcune delle stragi nazifasciste i colpevoli sono stati individuati e sono stati condannati, ma non è stato possibile eseguire le sentenze.

Sono passati oltre sessant’anni dalle stragi nazifasciste, quasi tutti i colpevoli sono morti o sono di un’età talmente avanzata che l’idea di incarcerarli potrebbe apparire ormai inutile: c’è a tuo avviso ancora spazio per intervenire e cercare, sia pur tardivamente, di ristabilire la giustizia? “Certamente.  Innanzitutto lo Stato italiano  deve presentare le sue scuse ai familiari delle decine di migliaia di vittime di quelle stragi, ai pochi che ancora sopravvivono ed a tutti i cittadini italiani per i decenni di silenzio, di ipocrisia, di omissioni e di ingiustizia; il presidente Ciampi me lo aveva assicurato, ma poi finì il suo mandato senza che ciò accadesse. Ci sono poi da ricercare e raccogliere i dati ufficiali di quelle stragi: sembra incredibile ma ancora nessuno ci ha pensato; si devono inoltre ricordare quelle stragi e quelle vittime: ci sono “giornate della memoria” per quasi tutto (compresa quella dedicata alle foibe, nella quale però si ricorda solo una metà della storia, omettendo i crimini che il fascismo ha compiuto da quelle parti), possibile che non si possa farlo anche per le vittime delle stragi nazifasciste? C’è infine, ma ancora per poco, da far eseguire in Germania le sentenze di condanna dei nostri tribunali militari, come già ho detto. Insomma spazi di intervento ci sono, eccome! Mi auguro che il presidente Napolitano, così attento e così pronto ad intervenire su ogni aspetto, anche apparentemente marginale, della vita nazionale, intervenga su questa situazione e la faccia evolvere in modo positivo“.

Mi associo a questo augurio. Il muro del silenzio va rotto. Iniziative come quella che si svolgerà al Teatro dei Servi martedì prossimo possono contribuire a farlo. E così l’azione della nostra Associazione, che dovrebbe muoversi con decisione su temi che toccano direttamente la sua missione. lb

 

29 maggio 2012 – Rosario Bentivegna

Rosario Bentivegna mi guarda, con volto sorridente e l’espressione leggermente ironica, dall’ultima pagina de «il manifesto» di oggi, a lui interamente dedicata. È una foto scattata l’estate scorsa, e nella quale mi appare così come lo ricordo: ho infatti avuto la fortuna di incontrarlo qualche volta, nella sede dell’Anpi in via san Francesco di Sales, e di apprezzarne la lucidità degli interventi sui problemi in discussione. L’articolo principale (Il lavoro del partigiano, firmato da Vittorio Sartogo) ne ricorda l’impegno nel campo della medicina del lavoro – anzi, nella medicina “dei lavoratori” – e l’attenzione da lui dedicata al lavoro precario, da considerare “un vero e proprio lavoro usurante”, per il quale aveva suggerito misure concrete sia sul piano delle assicurazioni obbligatorie e del servizio sanitario, sia su quello delle integrazioni economiche al reddito. Un’altra foto ritrae un momento dei funerali, ai quali non ho potuto prender parte perché ero assente da Roma (l’avevo scritto a Carlo, che mi rispose: “Ho portato una rosa rossa anche per te”), a corredo di un articolo che illustra l’assurda condizione nella quale si trova la sua compagna, Patrizia Toraldo di Francia, che, nonostante sia stata al suo fianco per quararant’anni, non può tutelarne la memoria sul piano legale, dal momento che l’ordinamento del nostro Bel Paese non le riconosce alcun titolo per sporgere querela contro chi continua ad infangarne la memoria. La pagina si chiude con l’annuncio che lunedì 4 giugno si svolgerà presso la Casa della Memoria e della Storia, in via san Francesco di Sales a Roma, un’intera giornata di studio dedicata a Rosario Bentivegna: interverranno, tra gli altri, Alessandro Portelli e Michela Ponzani, che con Bentivegna ha lavorato nella stesura della sua autobiografia “Senza fare di necessità virtù“. lb

 

23 maggio 2012 – Libera nos a “Libero”

Un incontro sgradevole quello di oggi. Sul sedile di fianco al mio, sul treno che da Milano mi sta riportando a Roma, qualcuno ha lasciato una copia di  “Libero”. Una caricatura di Fassino (in vesti talari e che sporge da un altare coperto da un drappo rosso con una grande stella a cinque punte) campeggia al centro della prima pagina, sotto al titolo “Fassino sposa un brigatista“. Qual è la notizia? Tanto importante da imporsi sul terremoto in Emilia, la bomba di Brindisi, la crisi economica, i provvedimenti del governo, il dopo elezioni … e l’elenco potrebbe continuare. La “notizia” non c’è. E’ un fatto di ordinaria amministrazione: fra i poteri/doveri di un sindaco c’è anche quello di celebrare matrimoni con rito civile (farebbe notizia, se mai, il rifiuto a celebrarne uno). Certo, ma uno dei due promessi sposi (sposi eterosessuali, si intende, i benpensanti stiano tranquilli!) è stato un brigatista. E’ stato processato e condannato; ed ha scontato la sua pena. Non importa. Semel brigatista semper brigatista. E poi come perdere un’occasione tanto ghiotta per suggerire che Fassino ha fatto outing (sposa un brigatista) o che ne ha sposato l’ideologia?  Il suo collega sindaco di Roma un brigatista (nero, s’intende) non solo lo avrebbe sposato, ma probabilmente gli avrebbe anche fatto la dote con un ben retribuito incarico in qualche azienda comunale. Ma Fassino è comunista. Addosso al comunista, insomma…. So che c’è la libertà di stampa, e che io sono libero di non comprare “Libero”,  e libero di parlarne male. E sono consapevole che anche di queste libertà dobbiamo ringraziare i partigiani e tutti quelli che hanno abbattuto il regima fascista. Ma talvolta vorrei essere libero anche di non incontrare i prodotti di un modo di fare giornalismo così malevolo, livoroso e scorretto. lb

 

Roma, 17 maggio 2012  –  “Fringuello”

Ho appuntamento con Franco al Punto Einaudi di via Bisagno per le 18, con un certo anticipo cioè rispetto all’ora di inizio della presentazione del libro di Michela Ponzani. Non c’è ancora nessuno. Entra dopo di me un signore vestito di blu, capelli bianchi, sguardo curioso ed allegro. Si informa se quello è il posto giusto e, forse avendomi scambiato per il libraio, mi chiede se è stato il primo ad arrivare. Gli spiego che è ancora presto per la presentazione di “Guerra alle donne” e sostengo scherzosamente la mia primogenitura. Iniziamo a parlare, ma prima si presenta proponendomi un indovinello: “sono stato Giovanni, Fringuello, Dino, …“, e prosegue nel suo rebus: “Fringuello perché sono piovuto dal cielo come un uccello, ma col paracadute; mi chiamava così un comandante partigiano… “. Sono entrate altre persone e gli si fanno intorno, affascinate dalla sua inesauribile affabulazione. “E sapete come mi chiamava Kappler? si, perché Kappler mi cercava, mi ha cercato davvero tanto, sapeva tutto di me ma non conosceva il mio aspetto e mai avrebbe pensato che quello che lui cercava sembrava un cappellone… Portavo i capelli lunghi infatti, quando nessuno li portava,  e non avevo l’aspetto del combattente. Anche le donne, del resto, … i tedeschi non  credevano che le donne potessero combattere, e all’inizio non le cercarono; fu una grande sorpresa per loro…” Gli dico che questa sua affermazione mi ha ricordato un episodio raccontato da Maria Teresa Regard, che temeva di essere stata riconosciuta mentre si allontanava da piazza Montecitorio dove aveva fatto saltare un camion tedesco, ma che aveva poi saputo che i tedeschi ed i fascisti si erano convinti che responsabile dell’attentato fosse un uomo travestito da donna [l’episodio si può leggere alle pp. 38-39 dell’Autobiografia]. Sorride, mostra interesse e mi dice che ignorava questa impresa di “Piera; sa che allora si chiamava Piera, vero?”. Si interrompe per salutare  alcune persone che stanno entrando e ne approfitto per chiedere sottovoce a Franco, nel frattempo sopraggiunto, se conosce il nome del mio interlocutore: “ma è Mario Fiorentini!“, uno dei protagonisti della Resistenza a Roma, e non solo a Roma. lb